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    FAQ

    Plastica monouso

    La direttiva Sup è importante per l’ambiente?

    VERO. La direttiva 2019/904 “sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente”, chiamata anche Sup da single use plastic, nasce dall’evidenza che sulle spiagge europee dall’80 all’85% dei rifiuti marini rinvenuti sono plastica e, di questi, gli oggetti monouso rappresentano il 50%. Se vogliamo passare dall’economia lineare a quella circolare dobbiamo acquisire modelli di consumo e comportamento differenti. Le misure previste nella direttiva vanno in questo senso.

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    La direttiva Sup mette a rischio l’industria italiana?

    FALSO. Lo schema di decreto legislativo del ministero della Transizione ecologica per recepire la direttiva Sup riconosce all’Italia la leadership internazionale su bioeconomia, produzione di plastiche compostabili, raccolta differenziata dell’umido domestico e filiera industriale del compostaggio, che sta riconvertendo diversi impianti produttivi nei poli chimici in via di dismissione in tutto il Paese.

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    L’Italia ha chiesto una deroga per i prodotti usa e getta in bioplastica?

    VERO. La deroga contenuta nella legge di delegazione europea approvata in Parlamento per i prodotti biodegradabili e compostabili, dove non è possibile ricorrere ad alternative riutilizzabili, è un passaggio fondamentale per riconoscere il valore della filiera tutta italiana della chimica verde e della produzione di compost, su cui il nostro Paese deve fare da apripista in Europa.

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    Le bioplastiche sono la soluzione al problema dei rifiuti marini?

    NO. Anche se la proprietà di un prodotto di essere “biodegradabile e compostabile” comporta una riduzione del rischio ecologico, questo non giustifica il suo abbandono nell’ambiente. Le bioplastiche compostabili devono essere raccolte e differenziate correttamente come gli altri materiali, per poi essere recuperate sotto forma di compost.

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    Perché Legambiente supporta le bioplastiche?

    Legambiente è sempre a favore delle iniziative per combattere l’inquinamento, e l’avvento delle bioplastiche va in questa direzione se correttamente utilizzate, smaltite e trattate. Ad esempio, grazie al bando dei sacchetti in plastica in favore di quelli compostabili e biodegradabili da utilizzare per la raccolta dell’umido, il numero delle buste in plastica in circolazione è diminuito di quasi il 60% negli ultimi 10 anni. C’è ancora molto lavoro da fare ovviamente, per la sensibilizzazione e in termini di controlli contro l’illegalità, ma questo è un risultato davvero importante.

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    Idrogeno verde

    È vero che ci sono almeno tre colori dell’idrogeno che potranno traghettare l’Italia verso gli obiettivi di decarbonizzazione?

    È falso. I colori dell’idrogeno sono 5 e dipendono dalla fonte primaria utilizzata per la sua produzione. Abbiamo il nero estratto dall’acqua usando la corrente prodotta da una centrale elettrica, a carbone o a petrolio, il grigio prodotto dallo scarto produttivo di una reazione chimica o dal metano o da altri idrocarburi, il più utilizzato in questo momento ma non esente da emissioni climalteranti. Il blu, sempre prodotto attraverso le fonti fossili ma accompagnato da sistemi di cattura della CO2 non sicuri. Il viola, un rischio che non ci riguarda perché prodotto con il nucleare. E infine il verde, l’unico a cui guardare perché prodotto attraverso le fonti rinnovabili. Tutti gli altri usi, compresi quelli che prevedono sistemi di cattura, rappresentano solo una distrazione di risorse economiche dai veri obiettivi di sviluppo del nostro Paese.

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    L’idrogeno verde sarà la soluzione a tutti i problemi climatici ed energetici?

    I processi di produzione dell’idrogeno, che va considerato un vettore energetico e non una fonte energetica, richiedono un grande dispendio di energia. Ad esempio, se decidessimo di mandare tutto il nostro parco auto urbano italiano a idrogeno verde, dovremmo aumentare la produzione di energia elettrica del 44%, contro un aumento del 15%, ben più gestibile, se lo stesso parco automobilistico fosse trasformato direttamente a elettrico. È bene quindi concentrare l’utilizzo di questo vettore solo per quei punti di consumo difficilmente riconvertibili con le rinnovabili, come i poli siderurgici o la mobilità pesante come quella navale e aerea.

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    In questa fase è necessario sviluppare l’idrogeno grigio e blu, in attesa che quello verde sia economicamente sostenibile?

    No. L’idrogeno grigio è quello tecnicamente più maturo, ma l’utilizzo delle fonti fossili non è la soluzione all’emergenza climatica e investire su di esse rallenterebbe la corsa alla decarbonizzazione. È decisamente poco realistico puntare su alcune infrastrutture energetiche per poi cedere il passo ad altre dopo appena 10/15 anni, molto prima del loro fine vita. È evidente che non reggerebbe il modello economico e che l’idrogeno fossile diverrebbe un concorrente di quello verde, ritardandone lo sviluppo.

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    Agrivoltaico

    È possibile coniugare la realizzazione di impianti solari fotovoltaici con l’agricoltura?

    Ormai è ampiamente dimostrato, attraverso casi concreti e non solo nel nostro Paese, come la produzione di energia possa rappresentare un aiuto concreto per gli agricoltori. Senza mettere in competizione lo spazio per la produzione di cibo con quello per la produzione energetica.

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    L’ombra generata dai moduli fotovoltaici sul suolo riduce la resa agricola?

    È dimostrato come per alcune specie non vi sia alcun impatto, mentre per altre come il grano può esservi addirittura un incremento nella produzione. Alcuni studi mostrano come l’ambiente sotto i pannelli sia molto più fresco in estate e più caldo in inverno, riducendo così i tassi di evaporazione delle acque di irrigazione nella stagione calda e provocando meno stress alle piante.

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    Per raggiungere gli obiettivi climatici europei sono sufficienti tetti e coperture?

    Il raggiungimento degli obiettivi climatici passa dalla quantità di impianti rinnovabili che riusciremo a installare nei nostri territori. Il maggior contributo deve arrivare da solare ed eolico, con tassi di installazione superiori a quelli attuali. Molti studi dimostrano come tetti, coperture e superfici marginali non siano sufficienti al raggiungimento di tali numeri. Per questo sarà necessario utilizzare anche altre superfici, come quelle agricole. Secondo le stime di Legambiente, Greenpeace, Italia solare e Wwf, per raggiungere gli obiettivi di sviluppo del fotovoltaico servono 30-50 GW di installazioni: il 30% circa da realizzare su tetti e terreni industriali o contaminati, la parte restante su 40-70.000 ettari di terreni agricoli, pari allo 0,2-0,4% dei terreni coltivabili disponibili.

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    Esiste una normativa adeguata?

    Vero, per questo è importante fare pressione sul governo affinché vengano al più presto approvate norme adeguate e uniformi che consentano la corretta e trasparente realizzazione di questi impianti.

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    Biometano

    Dove andrebbero collocati gli impianti per biometano e qual è il loro corretto dimensionamento?

    Per quel che riguarda gli impianti che trattano rifiuti, la soluzione ottimale è realizzare questi impianti su scala provinciale, nelle aree industriali, nei pressi dei luoghi di maggior produzione dei rifiuti, per limitare al massimo il loro spostamento sul territorio. Sul dimensionamento bisogna avere uno sguardo prospettico e una buona pianificazione: nei prossimi anni le percentuali di raccolta differenziata dell’organico aumenteranno inevitabilmente e di questo bisogna tenerne conto già da subito.
    Gli impianti per i fanghi di depurazione dovrebbero essere realizzati nei siti dove sono gli impianti di trattamento delle acque reflue.
    Per gli impianti agricoli, la dimensione ideale è data dalle matrici agricole disponibili in azienda e nel suo immediato circondario, e vanno realizzati in posizione tendenzialmente baricentrica rispetto ai luoghi di produzione.

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    Il biometano è fonte di sviluppo di batteri patogeni, ad esempio clostridi, nel digestato?

    La letteratura scientifica è ampiamente concorde nel ritenere che il processo di digestione anaerobica abbatta il contenuto della maggior parte dei batteri nocivi per l’uomo, rendendo più sicuro l’uso del digestato rispetto al refluo zootecnico tal quale in ingresso. I risultati infatti indicano non solo una sostanziale neutralità dei processi anaerobici ma anche un’evidente tendenza alla diminuzione di patogeni dopo la digestione.

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    Produrre biogas/biometano è fonte di odori sgradevoli?

    Gli odori provengono principalmente dalle fasi di trasporto e stoccaggio del materiale in arrivo e in uscita. Per questo i moderni impianti generalmente prevedono un ambiente chiuso per il recepimento e lo stoccaggio del materiale, dotato di unità di captazione e trattamento aria, che previene la diffusione degli odori. Dopodiché è il processo biologico anaerobico in sé che riduce gli odori sgradevoli, ottenendo anzi un effetto igienico sanitario sulla materia prima utilizzata.

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    La produzione di biogas/biometano è fonte di emissioni inquinanti?

    Le emissioni inquinanti durante il processo sono minime rispetto ad altri tipi di impianti e sono più controllate. Il primo step per la produzione di biogas è la digestione anaerobica, ovvero un processo di degradazione attraverso il quale il materiale organico viene trasformato in biogas grazie alla fase di fermentazione che avviene in ambienti chiusi, in assenza di ossigeno e senza rilascio di emissioni gassose in atmosfera. Nella fase di upgrading invece, ovvero di passaggio da biogas a biometano, la miscela di gas viene depurata attraverso la rimozione di solidi in sospensione e tracce di altri gas (CO2, H2S, H2O, NH3) tramite processi quali filtrazione fisica, desolforazione, deumidificazione e filtrazione su carboni attivi. Negli impianti più evoluti, durante il processo di upgrading, è previsto il recupero della CO2 che ha sbocchi di mercato o nell’industria dei gas tecnici o nell’industria alimentare o come componente per la produzione di materiali.

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    Grandi Predatori

    La presenza di lupi e orsi è incompatibile con le attività umane?

    Falso. Il lupo preferisce le prede selvatiche. Può tuttavia causare danni agli allevamenti, ma ciò si verifica soltanto dove è stata perduta la pratica della custodia dei capi al pascolo. Le predazioni agli allevamenti non possono comunque essere sottovalutate: ci sono molti casi di allevatori, che con un’opportuna custodia e con la ripresa delle pratiche tradizionali di montagna, non hanno subito danni al bestiame.

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    Il numero di lupi e di orsi crescerà in modo esponenziale su scala locale?

    La natura, nella sua perfezione, non permette ciò. I grandi predatori, infatti, occupano il vertice della catena alimentare. Per questo, se diventassero troppo numerosi finirebbero per ridurre in maniera eccessiva le prede a loro disposizione, minacciando così la propria stessa sopravvivenza.

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    È vero che, dopo i recenti avvenimenti in Trentino con l’orso bruno e le predazioni sugli Appennini attribuite al lupo, è stata aperta la caccia per le due specie?

    Non è vero. Il lupo e l’orso bruno sono specie non cacciabili e particolarmente protette dalla normativa italiana, tutelate da direttive comunitarie e convenzioni internazionali. Per l’orso bruno, in Trentino, sono state solo emanate ordinanze di rimozione per casi puntuali (tramite riduzione in cattività o abbattimento), peraltro molto contestate.

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    Il lupo, in Italia, è stato reintrodotto in territori in cui non era più segnalato da molti anni?

    Nessun lupo è stato mai catturato per essere poi liberato in altro luogo a scopo di ripopolamento. La sua espansione è frutto solo di dinamiche naturali, dell’incremento numerico, della diffusione delle sue prede selvatiche e delle politiche di conservazione intraprese a sua tutela. Anche se ha subito nella prima parte del ’900 una forte riduzione, non è mai scomparso.

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    Lupi e orsi aggrediscono le persone?

    Le aggressioni senza motivo sono leggende. Secoli di difficile coesistenza con l’uomo hanno plasmato il comportamento del lupo, che evita l’uomo se può. Non esistono infatti casi documentati, dal dopoguerra ad oggi, di attacchi di lupo se si eccettua uno recente di un animale problematico perché sin da cucciolo sottratto alla vita naturale. Anche per l’orso bruno l’uomo non rappresenta una preda né l’obiettivo di immotivata aggressività. Mai in Appennino centrale ci sono stati atteggiamenti di aggressione, mentre sulle Alpi l’unico caso è riferito a un disturbo provocato da un cane domestico al seguito.

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    Nucleare

    Che cosa sono i rifiuti radioattivi, come si classificano?

    Eredità dalle passate attività nucleari e oggi generati anche da attività di ricerca, mediche e industriali, sono quei materiali radioattivi (liquidi, gassosi o solidi) per i quali nessun utilizzo ulteriore è previsto e che devono essere smaltiti. La nuova classificazione prevede la suddivisione in 5 classi in funzione della radioattività e del tipo di deposito necessario al loro stoccaggio, temporaneo o definitivo: rifiuti radioattivi a vita media molto breve, ad attività molto bassa e di bassa, media e alta attività. Quelli ad alta attività sono destinati a un deposito geologico ancora da individuare in Europa, le altre categorie finiranno al Deposito nazionale.

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    Quanti rifiuti radioattivi ci sono in Italia e chi li produce?

    Secondo gli ultimi dati (dicembre 2019) dell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin), in Italia ci sono poco meno di 31.000 m3 di materiale radioattivo, corrispondenti a 2,9 milioni di Giga-Becquerel (unità di misura che esprime la “carica” dei rifiuti radioattivi). Anche se in Italia centrali e altre installazioni connesse al ciclo del combustibile non sono più in esercizio, sono ancora necessarie le attività legate al loro smantellamento e alla gestione dei rifiuti radioattivi prodotti. Sono inoltre ancora attivi alcuni piccoli reattori di ricerca ed è sempre più diffuso l’impiego di sorgenti di radiazioni ionizzanti nelle applicazioni mediche, nell’industria e nella ricerca, con conseguente produzione di rifiuti.

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    Dove sono gestiti oggi i rifiuti nucleari?

    24 impianti in 8 regioni (Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio, Campania, Basilicata, Puglia e Sicilia), a cui si aggiungono 95 strutture che utilizzano “sorgenti di radiazioni”, cioè materie radioattive e macchine generatrici di radiazioni ionizzanti. Fra i 24 impianti ci sono le quattro ex centrali nucleari e i due centri di ritrattamento dei combustibili irraggiati (Saluggia, Rotondella). Molte di queste strutture temporanee hanno notevoli criticità impiantistiche e di localizzazione, che le rendono inidonee e pericolose nella gestione dei rifiuti radioattivi.

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    Che cos’è il deposito nazionale unico per il nucleare?

    Si tratta del luogo dove si andranno a sistemare in via definitiva i rifiuti a bassa e media attività che arriveranno dai siti temporanei, dallo smantellamento delle vecchie centrali e dai futuri rifiuti generati dalle attività di ricerca e mediche. La struttura, prevalentemente in cemento armato, prevede barriere ingegneristiche, poste in serie con effetto matrioska, e sfrutterà le barriere naturali dovute alla geologia del sito individuato. Depositi di questo tipo sono già esistenti in Spagna (El Cabril), Francia (L’Aube) e Regno Unito (Drigg).

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    5g

    C’è correlazione fra epidemia da nuovo Coronavirus e rete 5G?

    Non esiste nessuna evidenza scientifica in grado di indicare una possibile correlazione fra epidemia Covid-19 e il 5G. Da notare, inoltre, come il 5G oggi sia poco diffuso anche rispetto alla situazione epidemiologica.

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    La tecnologia 5G richiede l’abbattimento di alberi?

    Non ci sono evidenze di incompatibilità fra la presenza degli alberi e lo sviluppo delle tecnologie wireless. È vero che tecnicamente la migliore condizione per la propagazione del segnale 5G, ma anche degli altri standard, è l’assenza di ostacoli, ma fra questi vanno considerati anche edifici e strutture di altro genere. Andranno considerati nella pianificazione delle antenne. Bisogna poi sottolineare che ad oggi gli abbattimenti sono legati alla scarsa manutenzione del verde arboreo e alle responsabilità amministrative in caso di incidenti. Per questo le amministrazioni preferiscono abbattere gli alberi.

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    Le Arpa non sono in grado di misurare le frequenze del 5G?

    Tutte le Agenzie regionali per la protezione ambientale sono in grado di verificare le emissioni elettromagnetiche essendo dotate di sonde che misurano fino a 40 GHz, comprese quindi anche le onde emesse dallo standard 5G.

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    Il 5G sarà portatore di un aumento di tumori e di altri rischi per la salute?

    Come sta dimostrando la scienza, agli attuali limiti di esposizione non è associato un aumento di malattie tumorali. Se anche le antenne 5G si sommeranno agli altri standard presenti (2, 3 e 4G), il limite di esposizione di 6V/m deve tener conto della presenza di tutti gli standard e complessivamente non può essere superato. Per questa ragione è fondamentale che i limiti vigenti non vengano modificati.

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    È vero che i Comuni con la legge “Semplificazioni” non possono più fare il piano di localizzazione delle antenne?

    La legge “Semplificazioni” non cambia nulla in merito alle possibilità da parte delle amministrazioni di fare piani di localizzazione delle antenne. Specifica soltanto meglio quello che possono o non possono fare rispetto alla legge quadro 36/2001, nella quale la possibilità di pianificazione era descritta in sole due righe, lasciando ampie interpretazioni. Mai i Comuni hanno potuto bloccare standard di comunicazione, introdurre nuovi limiti di esposizione, distanze di sicurezza (poco valide) o dichiarare aree sensibili luoghi senza alcun riferimento oggettivo.

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